A Bethlehem per la nascita di un progetto

Una delegazione della Associazione Città per la fraternità e della ONG Azione per un Mondo Unito (AMU) a Bethlehem dal 20 al 24 novembre. Primi passi di un progetto.

Dal 20 al 24 novembre scorso Casa Nova dei francescani a Betlemme ha ospitato la delegazione delle due agenzie per dar corpo all’idea di progetto nata nell’incontro con la sindaca Vera Baboun, il 9 marzo 2016.

La Casa dei francescani con la Basilica della Natività, posta a fianco, fanno un corpo unico ed è facile ed immediato accedere al luogo dove si dice che Gesù vide la “luce”. Abbastanza in alto, la residenza gode di ampia visuale e da qui è possibile scorgere senza veli anche le ferite inferte al territorio dalla difficile situazione politica, tra queste le costruzioni degli insediamenti israeliani.

Ma quello che più colpisce è il risveglio, quando, nelle giornate serene, il sole già alto alle 6 fa muovere la vita degli abitanti, e mentre gli adulti si recano alle proprie attività, i bambini alle 7 fanno sentire la loro voce nel cortile della scuola dei frati. Un chiassoso vocio dai toni squillanti che quasi fanno invidia ai cinguetti primaverili cui siamo abituati in questa parte di Europa. In quei giorni abbiamo potuto testare il clima freddo con un vento tanto secco da inaridire pelle e narici. Sì, il nostro Presepe con neve e palme riproduce con fedeltà quello che è stato il paesaggio che ha accolto Gesù!

Il periodo è quello che precede il Natale, e ben si comprende l’impegno che vede Vera Baboun nell’organizzazione di questo evento. Nel denso programma, l’incontro con lei e il suo staff è il primo al fine di inquadrare il senso e raccogliere elementi utili al nostro scopo. La sua prima indicazione fu per il rilancio del Bethlehem Peace Center: «Paradossalmente la Terra di Gesù, terra da dove è partito il messaggio di “Amore più grande”, è continuamente luogo di divisioni, guerre e sofferenze. La Terra Santa, e la città di Betlemme, non sono però luoghi privi di pace: ne danno testimonianza viva coloro che oggi si adoperano per costruire la pace, che ha bisogno di azioni concrete», queste le parole con cui rimette a fuoco l’obbiettivo di lavoro.

La visita al Centro e l’incontro/colloquio con la direttrice Rania Malki fanno cogliere appieno il luogo, le dimensioni e il significato di questo Centro, dalla posizione strategica e simbolica, posto come è nella Manger Square, la piazza della Mangiatoia, di fronte alla Basilica della Natività, adiacente alla sede del Comune e alla Moschea di Omar, centro sociale e commerciale di Bethlehem.

Ampio e moderno, si sviluppa su due piani, sovrastato da una panoramica terrazza, nella parte sotterranea, invece, un ultimando Museo Interattivo – Multidimensionale, realizzato a seguito del ritrovamento di mosaici ed altri reperti archeologici. L’Auditorium polifunzionale e le tre sale per Mostre hanno accolto in passato numerose attività culturali e laboratoriali per la popolazione locale che si intende riprendere. Fornito pure di ristorante, di un centro per informazioni turistiche, di un negozio di libri e souvenir fonti di introiti minimi per la sua sostenibilità. Numerosi i gemellaggi stretti con Betlemme e altrettanti i progetti avviati con Paesi europei anche a favore del Centro, tra questi il Belgio e la Svezia.

La sindaca, cui nel saluto finale abbiamo riferito delle conoscenze acquisite, ha rinnovato la priorità di lavorare insieme per il Peace Center intravedendo l’apporto specifico che Associazione e AMU possono conferire alla “mission” del Centro: Pace e Fraternità.

Vivendo alcuni giorni sul posto, si è potuto constatare da vicino la complessità del territorio della Palestina, costituito da varie entità amministrative che vanno dalle città ai villaggi rientranti in una precisa classificazione e con determinate caratteristiche. C’è stata la possibilità di avere un approccio con un altro Comune a meno di 3 km da Bethlehem, Beit Sahour che ha nel suo territorio il famoso Campo dei Pastori. L’incontro con uno dei suoi amministratori ci ha consentito di conoscere la condizione sociale, economica e culturale della popolazione palestinese, specie quella giovanile.

Altri appuntamenti con chi vive su vari fronti le sfide di questo luogo ci hanno dato la cifra umana, sociale, politica, culturale, religiosa di questa popolazione: dal Direttore di un centro per la formazione della Leadership palestinese legato all’Università di Betlemme; all’associazione VACA (Vision Association for Culture and Arts) che mira all’emancipazione della Palestina tramite la cultura e l’arte; all’’incontro con una suora al servizio del Caritas Baby Hospital di Bethlehem che sin dalla sua nascita ha aperto le porte a bambini ammalati e alle loro madri, indipendentemente dalla religione e dall’estrazione sociale. Destinatari di queste attività di promozione e formazione sono spesso donne, madri, giovani e bambini, soggetti primari e ricettori di piani educativi importantissimi per il raggiungimento dei risultati.

Lasciando Betlemme è inevitabile l’attraversamento del check-point che delimita il passaggio, con lo sviluppo ondeggiante del Muro che insegue le condutture dell’acqua, dal territorio palestinese allo Stato d’Israele. Dopo l’ultima Intifada degli inizi del 2000 esso è una ferita che isola la città e la deprime economicamente. Danno economico, il Muro è soprattutto freno psicologico che impedisce la piena visione di orizzonti di speranza. Guardare, credere e operare con creatività per la Pace e la Fraternità sono la chiave di volta per superare ostacoli e situazioni troppo complesse.

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